27 November 2018
Vacanze (R)omane
Pedeferri e Della Bordella sulle pareti dolomitiche che sorgono dal deserto
Meno complicata della spedizione sullo Jannu si è rivelata quella fatta da Simone Pedeferri e Matteo Della Bordella, che dopo nove anni tornano a scalare assieme in giro per il mondo. Il risultato? “Vacanza (R)omane”,
una nuova e difficile via fra le assolate montagne della Penisola Arabica: 450 metri, con difficoltà fino all’8a e 7b/7b+ obbligato.

Niente altezze himalayane o tempeste patagoniche questa volta. La spedizione che nelle scorse settimane ha visto impegnati il presidente dei Ragni Matteo Della Bordella, il “globe trotter” Simone Pedeferri, Arianna Colliarde e Stefano Caligiore, ha avuto come destinazione le assolate pareti dell’Oman, nel sud della Penisola Arabica: un’area ancora poco conosciuta ed esplorata dagli arrampicatori, ma che sembra riservare interessanti opportunità.

Nella puntata di oggi di #VieniInViaConMe, in programmazione alle 18:00, Simone Pedeferri ci racconta di questa esperienza, mentre le parole di Matteo Della Bordella che seguono, raccontano la genesi di questa esperienza e si sofferma a riflettere su cosa è cambiato e maturato in questi nove anni.

Questo viaggio in Oman è stato un po’ come ricevere un regalo inaspettato: è arrivato all’ultimo momento e non avevo alcuna idea di cosa aspettarmi quanto avrei scartato il pacco.
In realtà erano anni che sognavo ad occhi aperti di scalare sui famosi Tepui Venezuelanie, finalmente, questa primavera sembrava essersi presentata l’occasione giusta per realizzare questo sogno: c’era un team affiatato e motivato, c’erano belle pareti vergini, c’era un gruppo di locals affidabili e c’era un progetto che andava aldilà della mera parte alpinistica, coinvolgendo anche la popolazione locale ed il territorio (il “Tepui Project”).
Questo progetto sembrava procedere a gonfie vele verso la sua fase finale, ovvero quella della sua concretizzazione, fino a quando ci siamo seduti tutti attorno ad un tavolo e, dopo aver analizzato a fondo la situazione politica ed economica del Venezuela, di comune accordo abbiamo deciso di rinunciare, o meglio, di posticipare il nostro viaggio a tempi migliorie ad una situazione del Paese più stabile.
Ci siamo trovati in una condizione diversa dal solito, nella quale i rischi del viaggio non erano legati alla parte alpinistica, ma a fattori di natura diversa ed erano rischi che, dopo aver valutato e discusso, non eravamo disposti ad accettare.
Siamo rimasti tutti un po’ spaesati dalla delusione di questo piccolo sogno, che sembrava potessimo già toccare con mano e invece in un attimo è sfumato.
Dalle ceneri di questo progetto, Simone Pedeferri è stato l’unico ad avere un piano “b” concreto e se ne è uscito con la frase: “Io pensavo di andare in Oman, qualcuno vuole venire?”.
Forse dovevo digerire ancora il fatto che mi vedevo già a scalare sulla roccia rossa dei Tepui e non presi nemmeno in considerazione l’idea di andare in un posto del quale avevo sentito poco parlare e (probabilmente per ignoranza mia) non associavo a grandi immagini di scalata o pareti. Ma poi, dopo qualche settimana di riflessione, ci ripensai ed in fondo mi domandai: “Oman, perché no?”
Solitamente mi piace pianificare abbastanza nel dettaglio i miei viaggi e le mie spedizioni, ma questa volta sarà diverso: pochi piani e tanto istinto e improvvisazione…questo viaggio in Oman, non voglio che sia una spedizione con un vero obiettivo, ma voglio che sia una vacanza, sarà l’istinto a guidarci verso le pareti e verso l’avventura.
Così ci ritroviamo in quattro: oltre a me e Simone Pedeferri, ci sono Stefano Caligiore e la mia compagna Arianna Colliard, a girare alla ricerca di pareti per le polverose e dissestate strade dell’Oman, con noi ci sono 100 spit, un trapano e tanta voglia di scalare, divertirsi e conoscere…
Aldilà della scalata vera e propria, però, ci sono altre due cose di questo viaggio che ci tengo a raccontare.
Senza dubbio il momento che più mi è rimasto impresso è stato l’arrivo nel piccolo villaggio di “Al Kumeira”: una strada sterrata lunga 12 km che si inerpica in mezzo alle aride montagne. Una distesa di pietre senza fine, il sole che fa percepire tutto il suo calore, due case, quattro persone e una ventina di capre.
Sembra di essere atterrati in un posto completamente fuori dal mondo, lontano anni luce dai lussuosi Hotel e centri commerciali della capitale Muscat.
Un vecchio pastore, dall’età indefinita, ci accoglie, salutandoci in modo caloroso, con gesti ed esclamazioni nella sua lingua locale. Si dirige verso casa sua e, poco dopo, torna da noi per darci un sacchetto gigante di datteri.
Con un po’ in imbarazzo per il regalo ricevuto, gli offriamo dei Twix e lui ci ricambia donandoci dei biscotti e facendoci capire, a gesti, che potevamo campeggiare nel suo terreno e rimanerci quanto volevamo.
Poi, una mattina di qualche giorno dopo, arriva traballante verso di noi, all’alba dopo essersi occupato delle sue capre, portandoci un vassoio carico di thè, biscotti e pane.
Sono scene che non è facile rendere attraverso le parole, ma che ti colpiscono nel profondo.
Com’è possibile che questa gente, che ai nostri occhi non ha nulla, possa condividere quel poco che ha con dei perfetti estranei e sconosciuti, che non parlano nemmeno la loro lingua, arrivati da chissà dove con una super Jeep nuova che sembra un’astronave? E com’è possibile che per noi (me compreso) spesso sia così difficile condividere le nostre ricchezze o, comunque, ciò che abbiamo con chi è meno fortunato di noi?
Questa scena la dice lunga sulla nostra società e sul mondo in cui viviamo. Forse è proprio vero che “le cose che possiedi alla fine ti possiedono”.
Sono stati pochi, ma significativi momenti, mi ha fatto aprire gli occhi su molte cose del mondo in cui viviamo che vanno oltre la scalata e la montagna e tutte le diavolerie che impegnano la nostra mente e le nostre vite e che non ci fanno vedere aldilà del nostro naso.
Il secondo momento, o meglio esperienza che più voglio raccontare di questa vacanza è stata quella di scalare nuovamente, a distanza di nove anni dal nostro primo ed unico viaggio insieme a Simone Pedeferri.
Nove anni fa, in Groenlandia, io ero poco più che un ragazzino con tanta motivazione ed irruenza, lui era già uno scalatore maturo, con un suo stile di vita e di scalata e con un livello incedibile.
Non so se glielo ho mai detto direttamente, ma quella spedizione fu per me un’esperienza unica, di confronto e di crescita alpinistica e personale, e sono realmente grato a Simone per tutto ciò che mi ha trasmesso in quel viaggio.
Negli anni penso di essere maturato un po’ pure io, ho preso la mia strada e mi sono creato un mio stile di vita e di scalata e, senza dubbio, per molti anni per me Simone è stato un modello a cui ispirarsi.
Confrontarsi e legarsi insieme a lui dopo tanto tempo è stato sicuramente, oltre che divertente, interessante. Penso che in parete fossimo molto più in sintonia di nove anni fa e, sicuramente, più in accordo sulle decisioni da prendere, tuttavia da Simone penso di avere ancora parecchio da imparare, soprattutto nella chiodatura dei tiri
La cosa bella per me è stata vedere ancora negli occhi e nel fisico di Simone quell’enorme passione, rimasta immutata: quella per la scalata intesa non solo come prestazione sportiva, ma anche come condivisione di un’avventura con i propri compagni, come ricerca di esperienze nuove e diverse e come sviluppo di questa disciplina in modo altruistico, attraverso la costante chiodatura di nuovi itinerari. Insomma, Simone Pedeferri a distanza di nove anni, nel suo silenzio mediatico e nelle sue scelte, resta per me una persona di incredibile ispirazione, per la passione genuina e cristallina verso l’arrampicata e per il suo modo di vivere questa passione. Sono veramente contento di aver condiviso questo viaggio con lui.
- Matteo della Bordella -

Fonte: Ufficio Stampa I Ragni di Lecco